Elena Matteuzzi: CREDERE IN SIENA, città in transizione

Quando ero all’università, uno degli esami che ho amato di più è stato economia urbana, perché mi ha fatto capire come una città interagisce con il territorio circostante e soprattutto come funziona, cioè come può prosperare o viceversa entrare in una crisi talvolta irreversibile.
Poi nel 2012 mi è capitato sottomano un libro sulle città in transizione, Transition Towns in inglese: si tratta di un movimento nato nel 2005 nella cittadina di Thotnes come una serie di laboratori di urbanistica partecipata, cioè incontri, dibattiti, mostre e conferenze in cui gli abitanti possono, divisi in gruppi di lavoro e guidati da persone competenti, manifestare le proprie preferenze e studiare le soluzioni più opportune, assumendo un ruolo attivo nella progettazione urbanistica.

Ma le città in transizione, in transizione verso un sistema alternativo alla globalizzazione, sono molto di più: il concetto base è quello di resilienza, cioè di fondare l’economia di un territorio sull’adattabilità e la flessibilità, e soprattutto di valorizzare le risorse locali promuovendo ad esempio un turismo ecosostenibile, mirato e di alto profilo.

Io penso che Siena potrebbe diventare una città in transizione. In Italia esistono già alcune Transition Towns, tra cui ad esempio Monteveglio in provincia di Bologna, ma si tratta molto quasi sempre di piccoli paesi con poche migliaia di abitanti.
Siena però è diversa: molto più grande ed una delle città d’arte più famose d’Italia. E se diventasse una città in transizione potrebbe davvero rinascere e prosperare.

Siena e i comuni limitrofi sono un serbatoio di eccellenze: hanno un patrimonio di arte, storia e cultura praticamente illimitate, sono ricche di reperti etruschi molto importanti, la provincia è stata dichiarata dall’Unesco una delle più belle del mondo, i vini locali sono celebri ed eccellenti, ci sono le terme, la via Francigena porta turisti e pellegrini che riscoprono la lentezza di un viaggio a misura d’uomo, il Palio è una tradizione secolare unica al mondo, le Contrade sono un sistema sociale del tutto singolare e irripetibile. Tutto questo in un piccolo territorio.

Basterebbe creare una rete strutturata, un network tra le varie comunità per valorizzare tutti questi tesori: un’interconnessione di competenze.

E questo a Siena c’è già e si chiama Contrada. Le Contrade sono molto resilienti: è quello che le ha salvate dall’evoluzione dei tempi e che le ha fatte prosperare per più di cinquecento anni.

La Selva per esempio è in transizione: perché la Selva ha trasformato uno spazio inutilizzato in un orto coltivato da alcuni contradaioli, i cui prodotti vengono regolarmente utilizzati durante i cenini. La Selva come tutte le Consorelle promuove eventi culturali: la presentazione del mio libro è stato uno di questi, organizzato con enorme serietà da persone che non lo fanno di mestiere. Le Contrade valorizzano saperi artigianali e autoproducono una parte di ciò che serve: bandiere, arazzi, coccarde, tamburi, lavori in cuoio o pelle, cibi venduti durante le sagre, manutenzione della sede. Le Contrade aprono i propri musei e rendono fruibile a tutti un patrimonio forse minore ma di grandissimo pregio. Le Contrade aiutano i ragazzi a trovare lavoro, istituiscono borse di studio, si prendono cura dei propri membri in difficoltà e donano il sangue.

Ecco, pensate cosa potrebbe essere tutto questo esteso a scala urbana: perché non chiedere al Comune di creare dei laboratori di urbanistica partecipata in cui i cittadini, i contradaioli, gli studenti, i non senesi, i professionisti delle diverse discipline possano mettere a disposizione della città i propri talenti? E le Contrade potrebbero farsi promotrici di questa rinascita.

Facciamo questo, ed entro pochi anni Siena rinascerà. Certo, l’Amministrazione Comunale dovrebbe partecipare al processo in prima persona, magari favorendo le start-up, promuovendo iniziative culturali, creando dei laboratori di studi urbani come già aveva fatto e sta facendo l’Ordine degli Architetti grazie soprattutto alla collega Marina Gennari.

 

Guardate: le potenzialità ci sono tutte, basta solo attivarle e metterle in rete. Come non lo so, perché non sono una pianificatrice territoriale e non ho competenze specifiche in materia. Ma questo compito spetterebbe comunque a tutti noi, se opportunamente seguiti e guidati, perché qualsiasi idea può diventare un’idea vincente. Sollecitare il Comune, parlare di queste cose e mettere in campo i nostri talenti è solo compito nostro.

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